Cultura e Societa
La «triplice missione» dell’Università
di Nunzio Galantino

La crisi di questi ultimi anni sta contribuendo a far maturare, nei più avvertiti, la convinzione che il futuro delle nostre società non potrà essere fondato unicamente sugli aspetti economici, ma dovrà fare i conti con la profonda evoluzione culturale, geopolitica e tecnologica in atto nel pianeta.

Nonostante abbia smesso di frequentare con sistematicità e per motivi professionali ambienti accademici, mi capita spesso di tornarci e di respirare, da una parte, un’aria quasi rassegnata e, dall’altra, la ferma consapevolezza del ruolo che, soprattutto in questa nostra epoca, devono continuare ad avere luoghi di formazione e di ricerca come le Università. Non saranno le macchine la risorsa strategica del domani. In quella che viene ormai definita la “learning society”, il perno di tutto diventa sempre di più l’uomo, e in particolare la sua capacità di sviluppare e mettere a frutto le proprie potenzialità conoscitive, creative ed etiche. Un mondo in crescente interdipendenza nell’economia, nella cultura e nelle comunicazioni ha estremo bisogno di “poli pensanti” creativi e responsabili. Ha bisogno di luoghi di ricerca e di confronto che siano all’altezza dei nuovi compiti che si pongono, aperti alle nuove sfide e allo stesso tempo fedeli alla propria ispirazione originaria.

In questo quadro, una delle sfide più urgenti che si presentano alle società odierne riguarda la necessità di verificare e rivedere in profondità i processi formativi che vengono offerti alle nuove generazioni: in un mondo che non può fondarsi solo sui mercati e sulla tecnica, il patrimonio culturale fornito dall’Università gioca un ruolo decisivo. Si tratta dunque di riattivare una riflessione alta intorno al senso e al futuro dell’Università, riproponendo le domande di fondo circa il suo ruolo nella società e la sua vocazione all’apertura, all’incontro, al superamento delle barriere. È diventata ormai prassi diffusa quella di articolare i compiti dell’università secondo la formula della “triplice missione”, con un’espressione che agli obiettivi tradizionali della formazione e della ricerca affianca quello della diffusione della conoscenza nell’interazione con il territorio. Ci vogliono centri di formazione e di studio non autoreferenziali e chiusi in se stessi, ma consapevoli che il servizio alla società fa parte dei propri doveri. Per questo, fin dal sorgere dell’idea di “terza missione” dell’università, si è coniato il neologismo “multiversità”, a indicare la necessità di una comunità universitaria capace di valorizzare le differenze della società su cui va a incidere e di rispondere alle mutevoli esigenze che si presentano in ogni epoca.

In realtà le cose sono andate diversamente e l’Università è diventata una “multiversità” soprattutto per la frammentazione dei saperi. Siamo molto lontani dall’«uno» evocato dall’etimo di università. Governare intellettualmente questa complessità è tanto difficile quanto prioritario. La domanda sull’unità e l’armonia del sapere è antica e forse potrà apparire anacronistica, eppure è estremamente prezioso saper accogliere la ricchezza della realtà senza lasciarsi sommergere dal suo flusso continuo e confuso. È necessario salvaguardare la conoscenza dell’uomo e della vita dal tritatutto in cui siamo continuamente spinti e che sembra escludere in radice la possibilità di un senso globale della realtà. È quello che John Henry Newman intendeva nei suoi “Scritti sull’università” con l’auspicio a promuovere quell’ampliamento della mente «che consiste nella facoltà di vedere molte cose nello stesso tempo come un tutto, di ricondurle a una a una alla loro vera posizione nel sistema universale, di capirne il rispettivo valore e di determinarne la reciproca dipendenza» .

Mi pare di ritrovare lo stesso invito nell’opera “Università futura” di Juan Carlos De Martin, da poco data alle stampe, là dove l’autore si dice convinto che l’università «deve riuscire ad attenuare i muri che separano le discipline per permettere una comprensione ampia del mondo. Uno sforzo di sintesi che permetta di orientarsi in un mondo non solo sempre più complesso, ma anche apparentemente sempre più immerso in una transizione di cui nessuno conosce né i tempi né gli esiti. L’Università può accendere luci che permettano di capire meglio quello che sta capitando, con l’obiettivo primario di salvaguardare la pace» .

Il senso dell’educazione universitaria da recuperare è quello della trasmissione di un sapere capace di costruire un’intelligenza critica e creativa, non ristretta alla ripetizione dei modelli diffusi. In questo orizzonte, le istituzioni accademiche devono aiutare a scrutare più profondamente il mistero dell’uomo, per comprendere il suo ruolo di interprete, di custode e di edificatore del mondo, di ricercatore della verità, di costruttore di convivenza pacifica e di dialogo. Anche se veniamo da un periodo ricco di riforme e cambiamenti e, alla luce dei risultati ottenuti, sembra proprio non sia finito il tempo di “pensare l’università” nella direzione delle prime parole che papa Francesco ha indirizzato al mondo della cultura, pochi mesi dopo la sua elezione. Nel discorso tenuto il 22 settembre 2013 durante la visita pastorale a Cagliari, Francesco definì l’università «luogo in cui si elabora la cultura della prossimità». L’Università – spiegava il Papa in quella occasione – «è luogo privilegiato in cui si promuove, si insegna, si vive questa cultura del dialogo, che non livella indiscriminatamente differenze e pluralismi - uno dei rischi della globalizzazione è questo - e neppure li estremizza facendoli diventare motivo di scontro, ma apre al confronto costruttivo. Questo significa comprendere e valorizzare le ricchezze dell’altro, considerandolo non con indifferenza o con timore, ma come fattore di crescita». E questo perché – ha sottolineato il Papa, visitando l’Università Roma Tre e accennando ai rischi che vive l’Europa – «la chiusura in se stessi o nella propria cultura non è mai la via per ridare speranza e operare un rinnovamento sociale e culturale».

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