Scenari
Effetto «reflazione»: quasi dimezzati i bond sottozero
di Vito Lops
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Un po’ per Trump, un altro po’ per il petrolio, certo è che l’universo dei tassi globali è profondamente cambiato nel giro di qualche mese. Lo scorso agosto l’ammontare dei bond globali che viaggiava a tassi negativi (per cui i possessori pagavano un interesse anziché riceverlo del debitore) aveva raggiunto la soglia paradossale di 13mila miliardi di dollari.

A fine novembre - quando si fermano le rilevazioni Bloomberg in tal senso - l’ammontare si è ridimensionato a 7,6 miliardi di dollari. Ed è molto probabile, considerato che oggi il rendimento medio globale dei bond - sintetizzato dal Bloomberg Barclays globalagg total return index - viaggia sui livelli di fine novembre, ovvero intorno all’1,6%, che l’ammontare dei bond negativi sia tuttora intorno ai 7mila miliardi. Oltre il 40% in meno rispetto alla scorsa estate.

Cosa è cambiato nel frattempo? Cosa ha spinto circa 6mila miliardi di bond sottozero a tornare a esprimere tassi positivi? Cosa ha spinto il tasso medio dei bond globali a passare dall’1,1% estivo all’1,6% invernale?

Il fattore scatenante è legato al cambio di marcia della politica monetaria globale. La prima a modificare la strategia è stata la Bank of Japan che il 21 settembre ha introdotto il “Qqe”, affiancando alla “Q” di “quantitative” la “Q” di “qualitative”, easing. Una politica sempre espansiva ma con acquisti mirati sulla parte lunga della curva dei tassi, con l’obiettivo di riporta a zero il tasso del decennale.

Detto fatto. A poche ore dall’annuncio, quello nipponico è stato il primo bond decennale ad uscire dalle sabbie mobili della negatività. Un mese dopo ci hanno pensato la vittoria di Trump e le forti politiche fiscali espansive promesse dal 45esimo presidente degli Usa a fare il resto. Gli investitori hanno compreso il movimento di staffetta in corso tra banche centrali (pronte a chiudere i rubinetti) e governi (pronti a riaprirli attraverso politiche fiscali più morbide) e hanno agito di conseguenza, vendendo un’ampia fetta di bond a tassi negativi tenuti artificialmente così bassi in precedenza proprio dalle larghe politiche delle banche centrali. Così anche il Bund tedesco decennale è tornato sopra la parità (oggi quota 0,3% mentre ad agosto era a -0,1%). Stesso discorso per i titoli di Olanda (oggi allo 0,5%) e Austria (oggi allo 0,4%) che per qualche giorno la scorsa estate erano finiti sottozero. Nella curva a 10 anni l’unico “superstite” sottozero è il bond governativo svizzero che oggi esprime un rendimento pari a -0,12%. Ma va detto che anche in Svizzera - dove la Banca centrale mantiene il costo del denaro ampiamente sottozero e cioè a -0,75% - il movimento generale di rialzo dei tassi degli ultimi mesi si è fatto sentire. A ottobre perfino il titolo a 50 anni (scadenza 2064) del Paese elvetico viaggiava a tassi negativi. Mentre oggi la curva del debito resta sottozero “solo” fino a 10 anni (le altre scadenze, dai 15 ai 50 anni sono tornate sopra la parità).

Anche i tassi dei bond danesi decennali sono tornati positivi, per quanto la Banca centrale mantenga il costo del denaro a -0,65%. E questo si spiega attraverso l’altro grande motivo che sta spingendo al rialzo i tassi globali: il processo di reflazione stimolato dall’impennata del prezzo del petrolio (+85% in 12 mesi). Anche in Danimarca è tornata l’inflazione: a gennaio allo 0,9% su base annua, come non accadeva dal 2013. Nell’area euro il livello dei prezzi è salito dell’1,8%, un balzo quantico se si considera che a maggio 2016 si parlava ancora di deflazione. Negli Usa l’inflazione si attesta ora al 2,1% (come in Cina), come non accadeva dal 2014. Il mercato dei bond non può che adeguare i rendimenti a questo scenario mutato di “reflazione”.

Va però detto che, come il colesterolo, c’è un’inflazione buona (stimolata dall’aumento dei salari) e una cattiva (innescata dall’aumento dei prezzi delle materie prime). E che per ora i bond sono stati trascinati solo da quella cattiva che però ha breve respiro (non è possibile immaginare che ogni anno il prezzo del petrolio cresca). Pertanto, prezzando anche nei rendimenti a medio-lunga scadenza una ripartenza dell’inflazione, gli investitori stanno puntando che in futuro anche l’inflazione buona (oggi ferma nell’Eurozona intorno allo 0,9%) si normalizzerà. Ma è giusto sapere che al momento è solo una scommessa.

11 FEBBRAIO 2017 | 11:32
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