Scenari
Una doppia finestra di opportunità
Pier Luigi Sacco


Nello scenario attuale relativo allo sviluppo dei settori culturali e creativi su scala globale, l'Italia si trova in una situazione paradossale: è uno dei Paesi più identificati dal punto di vista del soft power culturale, ed è inoltre uno dei Paesi europei nei quali l'incidenza percentuale della produzione culturale e creativa sul Pil è particolarmente significativa. Eppure, nonostante questo, è anche uno dei pochi Paesi nei quali lo sviluppo strategico del settore, più che essere trascurato, è di fatto totalmente assente dall'agenda politica. Si fa fatica a capire questo atteggiamento se si pensa che già dall'ormai celebre rapporto Kea del 2006, pubblicato su iniziativa dell'allora Commissario europeo Jan Figel, il macro-settore culturale e creativo veniva identificato come uno degli ambiti potenzialmente trainanti del nuovo modello di competitività europeo, peraltro sia in una logica anticiclica di sostegno occupazionale sia in una logica proattiva di promozione di una nuova ondata imprenditoriale di prima generazione: tutti temi che, nell'Italia di oggi, acquistano una certa rilevanza.
Il problema fondamentale sta nel fatto che il nostro Paese è ancora ancorato a una visione di crescita in settori consolidati quali la manifattura o i servizi classici del cosiddetto terziario avanzato, ma fa tuttora un'enorme fatica a prendere sul serio la produzione creativa come una reale arena di sviluppo, se non nei suoi aspetti più leggibilmente legati al manifatturiero come nel caso del design e della moda. Si tratta anche di una questione generazionale: i nuovi settori creativi si legano non soltanto a una nuova idea di economia, nella quale accanto al mercato emergono nuove forme di produzione del valore economico e sociale che passano attraverso canali alternativi come le comunità di pratica, ma anche e soprattutto a una discontinuità tecnologica che fa fatica a essere compresa nelle sue implicazioni da chi non ne vive in presa diretta le conseguenze più evidenti.
Il grande impulso alla produzione culturale e creativa che si sta verificando oggi e che lascia intuire l'aprirsi di una finestra di opportunità per la leadership globale che potrebbe chiudersi già nel giro di pochi anni viene da una doppia serie di innovazioni: quella legata alla produzione dei contenuti digitali, che permette anche a persone con modeste possibilità economiche e con una formazione sostanzialmente da autodidatta di accedere ad ambienti di progettazione e produzione di contenuti professionali a costi molto ragionevoli in qualsiasi campo espressivo (dalle immagini fisse a quelle in movimento, dai suoni alla multimedialità), e quella legata alla connettività, che permette di rendere questi contenuti accessibili in modo rapido e pressoché ubiquo. La somma di queste due aree di innovazione produce una rivoluzione nella quale la distinzione tra produttori e utilizzatori di contenuti creativi si fa sempre più sfumata e quindi nascono modalità sempre più sofisticate e ibride di uso dei contenuti creativi stessi, sulle piattaforme più svariate e in rapporto alle filiere produttive più diverse.
La penetrazione dei contenuti creativi nei meccanismi di creazione e di percezione del valore è ormai tale da far parlare di una vera e propria "culturalizzazione" dell'economia, nella quale sono i modelli di identificazione con determinati contenuti culturali a guidare le scelte di consumo e più in generale i modelli di esperienza. In questa prospettiva, la produzione di valore economico attraverso la cultura non si limita alla sfera peraltro già ragguardevole in sé del fatturato della produzione culturale e creativa, che è già di per sé tra i più elevati a livello di macro-settore industriale, ma si estende così in modo complesso alle filiere più svariate attraverso interdipendenze complesse, ma sempre più evidenti e riconoscibili. A questo si aggiunge poi l'effetto altrettanto evidente che l'accesso ai contenuti culturali produce su ambiti tra i più vari ed importanti come l'innovazione, la sostenibilità, il benessere: sappiamo oggi ad esempio che l'accesso culturale è una delle determinanti fondamentali tanto della speranza che della qualità di vita delle persone, e che questi risultati aprono quindi la strada ad ambiti dalle implicazioni fortemente innovative quali il welfare culturale.
Una concezione della cultura ancora legata a modelli di valorizzazione turistico-culturali e ad una concezione della cultura residuale e totalmente dipendente dai contributi pubblici rappresenta così non soltanto un clamoroso fraintendimento della realtà delle cose, ma anche e soprattutto una miopia strategica della quale potrebbero pagare le conseguenze varie generazioni future: il campo della produzione culturale e creativa è infatti uno dei pochi nei quali, attraverso una strategia coerente di azione che è ancora tutta da definire e da costruire, il nostro Paese potrebbe ancora costruire un'area difendibile e importante di vantaggio competitivo. In un momento in cui il Paese si interroga su un possibile modello di crescita che non può semplicemente basarsi su una spinta alla maggiore efficienza dell'esistente, questo tema dovrebbe essere al centro del dibattito e dell'azione della politica economica. C'è da sperare che il manifesto de Il Sole 24 Ore per una «Costituente culturale» dia un contributo fondamentale in questo senso. Non c'è davvero tempo da perdere.
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