In Casa
Quando il capitolato è di design e 4.0: come cambia l’acquisto della casa
di Emiliano Sgambato
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Siamo davanti a un cantiere in via Ampère a Milano, zona Città Studi, dove una volta sorgeva la sede del Cnr. Dall’esterno si vedono solo la struttura di cemento e le impalcature. Mancano ancora gli infissi e qualsiasi altro tipo di finitura. Ci accompagnano su una scala senza rivestimento che gira attorno al vano dove sarà alloggiato l’ascensore. Dopo due rampe – unica in tutto il palazzo – compare una porta blindata del tutto simile a quelle utilizzate nei moderni complessi residenziali.

La varchiamo e ci troviamo in uno splendido appartamento rifinito nei minimi dettagli. I dubbi sul fatto che tutto sia funzionante vengono fugati dal profumo che viene dalla cucina (è ora di pranzo), mentre affacciandosi sul balcone lo sguardo va sul largo spazio che sarà occupato dal giardino interno, ancora pieno di gru e materiali edili. Siamo in una casa pronta da abitare in un cantiere che dovrebbe chiudere non prima di un anno e mezzo. E per chi stipula il compromesso c’è una sorpresa: una cena per dieci persone curata sul posto da uno chef emergente, da consumare in questo “appartamento-campione”.

NòvAmpère è uno sviluppo che conta un centinaio di appartamenti di pregio (già venduti per il 90%) all’avanguardia dal punto di vista della domotica, del risparmio energetico (grazie a un impianto geotermico) e della sostenibilità (da segnalare l’utilizzo sulle facciate di un materiale “mangia-smog” e autopulente). Ma all’avanguardia è forse soprattutto l’approccio di marketing che sta dietro la realizzazione dell’appartamento-campione “casaAmpère”.

Da un lato perché molto di quello che si vede è parte integrante di quello che si andrà a comprare: non si tratta di scegliere solo il tipo di piastrelle o i sanitari e le porte, o di sapere che è previsto il videocitofono, come accade in un classico capitolato. All’interno della proposta (e del prezzo) sono compresi elementi come armadiature (Lema, nel nostro caso) e cucina (ernestomeda).

Dall’altro perché viene ricreato un ambiente che permette al potenziale acquirente di toccare con mano quella che sarà la futura esperienza domestica e sciogliere così i dubbi spesso legati al cosiddetto “acquisto sulla carta”, dove in genere si deve far molto ricorso all’immaginazione. Gli allestimenti sono infatti estremamente curati, dalla biancheria ai quadri. I letti, i tavoli e tutti gli altri elementi d’arredo – che in realtà non faranno parte del “pacchetto” in vendita – vengono comunque disposti in maniera ottimale, in modo funzionale al concept progettuale e architettonico, così da valorizzare al meglio gli spazi e le caratteristiche delle singole proposte abitative e farne capire le potenzialità ai clienti.

Sebbene il caso di nòvAmpère si distingua per il largo anticipo con cui è stato realizzato l’appartamento campione rispetto alla tempistica del cantiere, è solo uno dei numerosi esempi in cui la casa si vende “design compreso”. Quando non si vuole o non si riesce a realizzare una vera e propria casa-modello, si ricorre alla creazione di showroom con tutti gli ambienti e le finiture che caratterizzeranno l’immobile. Altre volte, invece, l’intervento avviene a cantiere  ultimato (o quasi), agendo su alloggi già realizzati per valorizzarli e velocizzarne la vendita.

«A Milano ormai la maggioranza del nuovo o totalmente ristrutturato si vende in questo modo, ma è una tendenza che si sta diffondendo anche altrove», commenta Lorenzo Pascucci, general manager di Milano Contract District, società specializzata in questo tipo di approccio, che ha curato casaAmpère e che oggi gestisce oltre 50 sviluppi avvalendosi della collaborazione di una quarantina di professionisti (sono partiti pochi anni fa in sette). Anche i costruttori confermano che sono molto rari i clienti che chiedono la possibilità di acquistare la casa senza il “pacchetto design”.

Come è possibile che in Italia, dove l’attenzione alla cura e all’unicità della casa è molto marcata, si corra il rischio di avere “la stessa cucina dell’odiata vicina”? «In un Paese di architetti e interior designer come il nostro non si può non lasciare la possibilità di personalizzare il proprio sogno – risponde Pascucci –. Per un percorso appagante ed esperienziale è imprescindibile dare la possibilità di far scegliere al cliente tutte quelle opzioni più facilmente declinabili come i colori, le finiture e più in generale le dotazioni aggiuntive. Se il progetto è studiato nel dettaglio, le correzioni significative al layout o agli impianti della casa restano minime, a patto che si sappia accompagnare il cliente nelle scelte». Senza considerare comunque che tutti gli arredi non strutturali e gli accessori saranno a cura del nuovo proprietario e doneranno una personalità differente a ogni appartamento.

«La tendenza sta prendendo piede anche perché ci sono vantaggi non solo per gli acquirenti che hanno la possibilità di accedere a prodotti di design già ottimizzati per le loro case e a prezzi competitivi, ma anche per i costruttori che possono sfruttare economie di scala, e per i progettisti che possono valorizzare il prodotto grazie a una maggiore sincronia tra l’architettura e gli arredi», conferma l’architetto Marco Piva. Piva ha curato gli interni di Domus Aventino, importante sviluppo residenziale romano (è partita a maggio la commercializzazione degli ultimi 50 appartamenti sui circa 200 totali, con consegna prevista entro la fine del 2019): «In questo caso abbiamo predisposto la disponibilità di tre pacchetti – spiega Piva – con materiali e finiture differenti».

Come dire, c’era una volta il capitolato, ora c’è la customer satisfaction.

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