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Landi: «Lavoro all’archiviazione della mia opera»
di Filippo Durante e Francesca Mangione
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Edoardo Landi nasce a San Felice sul Panaro nel 1937. È uno degli esponenti del Gruppo Enne, nel quale ha modo di sperimentare un nuovo modo di fare arte che analizza i meccanismi di percezione dell'opera d'arte. Fino al 2009 ha insegnato disegno industriale presso il Politecnico di Milano, l'Accademia di Belle Arti di Bergamo, lo IED di Torino e l'Università di Bologna. La sua attività artistica, invece, continua ancora oggi. ArtEconomy24 lo ha incontratto per ripercorre gli anni ’60 del gruppo e per farci raccontare la sua attuale attività.

Com'è nato il Gruppo Enne? Quali ideali sono stati alla base della sua costituzione?
Il Gruppo fu fondato da me, Biasi, Chiggio, Costa e Massironi nel 1959 a Padova, la nostra città, con il presupposto di ipotizzare una nuova e dirompente via di ricerca artistica: volevamo opporci con decisione tanto all'arte Informale quanto all'idea del valore dell'autografia e dell'attribuzione imposta dal mercato. L'obiettivo era cercare di “azzerare” il linguaggio ripartendo dai segni più elementari, come il punto, la linea, il quadrato.

Qual è stato l'impatto del Gruppo sulla scena artistica italiana degli anni ’60?
All'inizio degli anni '60, il Gruppo Enne è stato uno degli esempi di ricerca collettiva e si è concentrato su temi attinenti alla fenomenologia della percezione. Progettavamo e discutevamo le opere in equipe e, programmaticamente, non le firmavamo come singoli; erano progettate per essere moltiplicate o realizzate industrialmente ed essere il più possibile per tutti e non di proprietà esclusiva di un unico collezionista.

Si sono sviluppati rapporti con altri gruppi nazionali e internazionali attivi durante gli anni di vita del Gruppo Enne?
All'inizio degli anni '60 c'è stato un rapporto di confronto dialogico sulle ricerche di arte programmata tra il Gruppo Enne ed altri gruppi operativi in Europa: Azimut, Gruppo T, GRAV, Gruppo Zero, ma anche con singoli artisti, tra cui Enrico Castellani, Bruno Munari, Enzo Mari, Almir Mavignier e Getulio Alviani.

Quali ritiene siano state le mostre fondamentali per l'affermazione del Gruppo?
Di grande importanza furono la mostra “Nuova Tendenza” a Zagabria nel 1961, la mostra Internazionale d'Arte a San Marino del 1963 in cui, come Gruppo Enne, vincemmo il primo premio accanto al Gruppo Zero, e poi la Biennale d'Arte di Venezia del 1964 e la mostra “The Responsive Eye” tenutasi al MOMA di New York nel 1965. Fu a partire dalla nostra partecipazione a questi importanti eventi che le opere del Gruppo Enne iniziarono ad essere acquistate da musei italiani ed internazionali.

Che rapporto instaurano con lo spettatore le opere prodotte?
La nostra è un'arte programmata che stimola il processo di comportamento nel fruitore, l'opera diventa un'interfaccia tra il progetto dell'autore e l'esperienza percettiva dell'osservatore, che diviene di fatto co-autore dell'opera stessa.

Lei ha parlato in altre occasioni del tempo come uno degli elementi cardine delle opere del Gruppo Enne. Da quale punto di vista?
Le nostre opere, come presupposto strutturale, sono mutevoli alla percezione come lo è tutta la natura, che in ogni istante percepiamo in continuo divenire. Pertanto, nelle opere del Gruppo Enne l'esperienza del fruitore è caratterizzata in modo sostanziale dalla possibile percezione mentale di uno spazio in eterna espansione, quando non dello stesso infinito.

Quali specifiche ricerche ha condotto a partire dagli anni di attività del Gruppo?
I temi che più mi hanno sollecitato tra le problematiche progettuali sono stati indubbiamente il “quadrato virtuale” e il “cubo virtuale”, due figurazioni geometriche elementari che sono parte dell’esperienza visiva e comunicativa dell'uomo. Dopo l'esperienza Gruppo Enne, il mio interesse di ricerca progettuale è continuato con riferimento a temi attinenti la fenomenologia della percezione, tra cui le “figurazioni a valenza prospettica multipla”, “figurazioni a valenza percettiva virtuale”, “strutture visuali risultanti dalla reiterazione di un segno elementare”.

Come mai ha scelto di affidarsi esclusivamente alla Galleria Santo Ficara di Firenze? Da quanto tempo collaborate?
La scelta parte da lontano, da un'amicizia che è nata negli anni '80 e che ha portato, successivamente, a un rapporto di vera e propria collaborazione. La Galleria è specializzata in opere del Gruppo Enne ed è stato proprio Santo Ficara (il proprietario, ndr) a propormi, alcuni anni fa, di esporre nei suoi spazi: la prima mostra in galleria è stata una mia personale nel 2015, “Reale o Virtuale?”.

È in programma un'archiviazione delle sua produzione artistica?
Si, attualmente sto lavorando all'archiviazione della mia produzione con la collaborazione di musei e collezionisti privati, un progetto che dovrebbe essere pronto entro la fine del 2018. Sarà un archivio composto da diverse schede, che metterò a disposizione per un prossimo catalogo generale.

Produce ancora? Dove è lo studio?
Produco ancora, ma non ho uno studio fisso, mi piace continuare a creare in luoghi differenti a seconda di dove mi trovo, anche se prossimamente mi ritaglierò uno spazio a Trieste, città in cui mi sto trasferendo.

7 SETTEMBRE 2018
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