Collezionare
Il mercato dell’arte cinese spiegato dal collezionista Uli Sigg
di Silvia Anna Barrilà
Img Description

Uli Sigg, classe 1946, è tra i più importanti collezionisti d'arte contemporanea cinese. Imprenditore svizzero, è stato ambasciatore in Cina, Corea del Nord e Mongolia negli anni ’90. Nel 2012 ha ceduto la sua collezione al museo di Hong Kong M+ , attualmente in costruzione su progetto degli architetti svizzeri Herzog & de Meuron .
Come si è evoluto il mercato dell'arte in Cina?
Fino alla fine degli anni ’90 non esisteva un mercato dell'arte in Cina. Le prime gallerie hanno iniziato ad aprire a metà degli anni ’90. La Biennale di Venezia del ’99 ha mostrato per la prima volta ad un pubblico internazionale 20 artisti cinesi. Da quel momento le cose sono cambiate. Intorno al 2003-04 anche i cinesi hanno iniziato a comprare. Il mercato è cresciuto in modo pazzesco, ma è poi crollato nel 2008. In seguito si è ripreso e oggi è solido. Ma i numeri di cui leggiamo nei report, che mettono la Cina al secondo o al terzo posto, non derivano dal segmento contemporaneo, bensì da quello moderno, un termine che in Cina indica l'arte fino agli anni 1960-70. Invece il segmento contemporaneo ha avuto una crescita molto più modesta negli ultimi anni. La ragione è che molti collezionisti cinesi hanno scoperto l'arte internazionale.

Per esempio quali artisti internazionali?
I nomi importanti, i nomi che rappresentano un brand.

Come gli Impressionisti?
Ci sono alcuni che comprano gli Impressionisti e i moderni come Picasso e Modigliani. Abbiamo visto molti Modigliani volare in Cina. Ma sono in pochi a potersi permettere questi artisti. I collezionisti d'arte contemporanea hanno iniziato a comprare nomi come Warhol, Basquiat, i classici del contemporaneo. E poi hanno iniziato a comprare dalle gallerie internazionali che hanno aperto in Cina. Spesso si può riconoscere il programma di queste gallerie nelle loro collezioni.

E chi sostiene l'arte contemporanea cinese in Cina?
Sicuramente ci sono ancora i cinesi che comprano arte cinese, ma prima compravano esclusivamente arte cinese, mentre ora anche

E il governo?
No, non è interessato.

Ci sono musei pubblici?
Sì, ma ce n'è solo uno dedicato esclusivamente al contemporaneo, lo Shanghai Power Station of Art . Tutti gli altri mostrano solo occasionalmente arte contemporanea e di tipo più accademico. Inoltre i musei pubblici devono combattere con la censura più di quelli privati, quindi non possono collezionare e mostrare arte politica e critica. Ma ci sono i musei privati, che negli ultimi anni sono aumentati molto e che si concentrano maggiormente sul contemporaneo.

Quali sono le differenze tra questi musei e il nostro concetto di museo?
Sono molto giovani. Molti hanno un edificio, ma non una collezione, per cui funzionano di più come una “Kunsthalle”. Altri stanno costruendo le loro collezioni, ma ci sono sicuramente più musei che collezioni.

E le aziende cinesi collezionano?
Sì, ma non è così frequente perché c'è il problema dell'arte politica e della censura. Il campo in cui potrebbero acquistare sarebbe molto più limitato.

A quale tipo di arte sono interessati i cinesi?
Il grande pubblico è più interessato all'arte tradizionale, anche perché non è educato all'arte contemporanea ed è difficile che la capisca. È l'elite a interessarsi dell'arte contemporanea. Ma negli ultimi dieci anni diverse riviste di lifestyle hanno iniziato a dare spazio ad artisti che finora erano figure underground e che ora sono diventate figure pubbliche capaci di segnare record d'asta anche di 24 milioni di dollari, per cui stanno diventando personaggi pubblici, vengono accettati tra l'elite e mostrati dai musei. È un fenomeno nuovo.

I cinesi cercano arte più decorativa o impegnata?
L'arte politica non è tra i genere preferiti per via della censura. Molti prediligono l'arte astratta, audace, di grandi dimensioni, anche per via delle case sempre più grandi. Fino agli anni ’90, infatti, le case cinesi erano molto piccole, non c'erano pareti per i grandi dipinti. Oggi questo è cambiato e c'è una maggiore consapevolezza per quello che gli americani chiamano “wall power”: opere grandi, audaci, colorate, scintillanti, luccicanti.

Perché collezionano?
Per amore dell'arte, ma anche come investimento, un concetto che in Cina non è un tabù come in Europa. In Cina nessuno si fa problemi a parlare di arte e denaro, mentre noi abbiamo ancora questa dicotomia. Un’altra ragione molto forte è lo status symbol che dà l’arte, perché è un veicolo per entrare in determinati circoli ai quali altrimenti non avrebbero accesso. Essere un grande collezionista cinese improvvisamente ti permette di essere qualcuno a New York, al MoMA o alla Tate , altrimenti nessuno ti conoscerebbe.

È cambiata la tassazione sull'arte?
Sì, la tassa sull'importazione è scesa dal 35% fino a dieci anni fa. Ora è circa il 20%, ma rimane un tema, soprattutto quando si parla di opere di un livello di prezzo elevato. C'è ancora tanto importazione illecita. Per esempio compri a Hong Kong e importi nella Cina continentale.

Quant'è trasparente e regolato il mercato dell'arte in Cina?
Secondo i nostri canoni non è regolato. All'asta non è raro che ci si metta d'accordo prima della vendita per sostenere i prezzi di un artista. Con tutto ciò, i cinesi preferiscono comprare all'asta perché pensano che sia più trasparente. Il prezzo, infatti, è pubblico, anche se i meccanismi per ottenere quei prezzi non sono trasparenti.

C'è anche un problema di molti invenduti?
No, al contrario, ci si mette d'accordo per sostenere i propri artisti all'asta. Ultimamente sono aumentati gli invenduti perché è calata la domanda. Quanto tutti in Cina si concentravano sugli artisti cinesi, i prezzi erano saliti per tutti. Ora che gli artisti cinesi devono competere con il nuovo gusto per gli artisti internazionali, alcuni stanno gettando la spugna.

E il sistema delle gallerie?
Il business delle gallerie è stato a lungo in sofferenza perché i collezionisti cinesi pensano che i prezzi cambino da persona a persona. Forse è vero in un certo senso, ma il mercato era strutturato in modo diverso. Infatti a lungo non ci sono state gallerie, per cui gli artisti vendevano direttamente. Quando sono nate le gallerie, molti artisti della vecchia scuola non capivano perché dovessero passare attraverso le gallerie e hanno continuato a vendere. Ciò ha messo le gallerie in una posizione difficile, perché le ha costrette a competere con i loro stessi artisti, senza il controllo sulla produzione e sui prezzi, senza un contratto, lavorando solo sulla base di mostre occasionali. Per alcuni artisti è stato nocivo perché le gallerie non hanno investito nella loro carriera, per cui ne hanno sofferto soprattutto a livello internazionale.

Ci sono delle città o dei centri dove si concentrano gli artisti emergenti?
Nelle città con le accademie più valide e poi, naturalmente, a Pechino, da sempre la capitale della cultura. Ma ora Shanghai sta prevalendo su Pechino grazie ai nuovi musei che stanno nascendo a Shanghai e non a Pechino e dalla mancanza di una politica culturale per l'arte contemporanea nella capitale. Infatti da anni il museo nazionale previsto a Pechino, per il quale Jean Nouvel ha vinto il concorso e che avrebbe avuto un focus sul contemporaneo, è rimasto nel limbo e nessuno sa quando sarà costruito. Tutto ciò ha danneggiato la posizione di Pechino e ha aiutato Shanghai a crescere. Anche le fiere in Cina adesso sono a Shanghai, non a Pechino.

Parlando della sua collezione, in che direzione sta andando?
Continuo a collezionare i cinesi, ma ho sempre seguito anche l'arte coreana e nordcoreana, poiché sono stato ambasciatore in Nordcorea, per cui ho alcune opere di arte socialista che possono sembrare “strane”. La Corea del Sud ha artisti molto validi. Seguo anche alcuni artisti svizzeri. Sono stato molto sistematico per quanto riguarda l'arte cinese contemporanea, ma non sono così sistematico per quanto riguarda le altre mie acquisizioni che seguono un gusto più personale.

Che tipo di arte le interessa?
Opere di artisti giovani con prezzi abbordabili. Gli artisti cinesi affermati hanno prezzi molto alti. Spesso commissiono le opere. Mi piace essere coinvolto nel processo creativo. Mi piace che l'artista sia capace di portarmi là dove non sono in grado di arrivare da solo. Sono capace di pensare in modo molto logico, più di un artista forse, da lui mi aspetto che mi sorprenda.

Qualche nome?
Preferirei di no, perché ho opere di circa 500 artisti cinesi e ho incontrato ognuno di essi, alcuni sono grandi amici. Non voglio sbilanciarmi.

A che punto è la costruzione del museo M+ a Hong Kong, a cui ha donato la collezione? Riusciranno ad aprire entro il 2019?
No, apriranno alla fine del 2020, la ragione è che l'edificio è costituito in larga parte da cemento, cosa insolita per Hong Kong dove gli edifici sono per lo più in vetro e acciaio, e ci vorrà un anno prima che il cemento si asciughi e si possano portare le opere d'arte all'interno dell'edificio.

Quindi non ritirerà la donazione, come era previsto da contratto in caso di mancato rispetto della scadenza?
No, avrei potuto, ma non lo farò.

Quante opere di artisti cinesi contiene oggi la sua collezione e quante sono quelle che ha donato al museo M+?
Al museo sono andate 1.500 opere. Nella mia collezione privata ce ne sono 800. La donazione all'M+ risale al 2012 e tutto ciò che ho acquistato da allora è nella mia collezione.

Ci sono artisti cinesi ancora sottovalutati?
Come dicevo, preferirei non fare nomi, ma posso affermare che i migliori artisti cinesi, se messi a confronto con i migliori artisti occidentali, sono sottovalutati. Non c'è nessun cinese contemporaneo che anche solo si avvicini ai prezzi di Jeff Koons o Christopher Wool.

Le interessa l'aumento di valore della sua collezione?
Non mi ha giovato, perché l'ho donata all'M+. Per me non è un aspetto importante. Quando ho iniziato a collezionare arte cinese l'ho fatto con l'intenzione di donare ad un'istituzione cinese, quindi il fatto che è stata valutata diverse centinaia di milioni di dollari non ha mai significato nulla, perché sapevo che non li avrei incassati.

Ma parte della collezione è stata venduta e parte donata al museo, è corretto?
Sì, è stata una soluzione proposta dal museo. Io non ho mai parlato di soldi perché non avevo intenzione di vendere niente. Quando Hong Kong è comparsa nelle negoziazioni - perché io ero in trattativa anche con Pechino e Shanghai - mi hanno offerto di compensare con circa il 10% del valore della donazione e hanno proposto la soluzione della donazione-vendita.

Di che cifre di parla?
La donazione è stata valutata in modo conservativo 152 milioni di dollari, la parte della vendita è stata pari a 22 milioni di dollari. Se l'avessi venduta, la valutazione sarebbe stata più alta perché sarebbe stata un asset molto attraente per un ricco cinese. Forse avrei potuto venderla 500 milioni di dollari se qualcuno avesse voluto assicurarsi un posto tra i collezionisti top, come dicevo prima. A me non interessava perché dall'inizio la mia intenzione era di fare quello che avrebbe dovuto fare un'istituzione cinese.

Lei avrà un ruolo nel museo?
Sì, sono stato nella giuria che ha scelto il progetto (abbiamo scelto Herzog & de Meuron), sono nel board del museo, nel board acquisizioni e sono co-curatore della prima mostra.

Quindi il museo continuerà a collezionare?
Certamente, la mia collezione è solo il nucleo, ma hanno un budget e stanno acquistando in modo aggressivo. Inoltre è un museo dedicato anche al design e all'architettura quindi ci sono anche acquisizioni in questi ambiti, inoltre è un museo asiatico e non solo d'arte contemporanea cinese, quindi comprano giapponesi, coreani, ecc. Quando è nata l'idea del museo, il budget di partenza per creare la collezione era di 120 milioni di dollari.

Le sono arrivate offerte da altri musei cinesi e internazionali?
Sì, ci sono stati dei musei interessati, ma non sono mai entrato in negoziazioni, perché per me era chiaro che la collezione doveva rimanere in Cina.

Da quali paesi?
Preferisco non rivelarlo. Erano grandi musei, ma non aveva senso, perché la collezione sarebbe stata oggetto di una grande mostra e poi sarebbe sparita in magazzino, ma restando in Cina, diventa un nucleo fondamentale, come gli Impressionisti per un museo francese. Ora il pubblico cinese ha la possibilità di vedere la propria arte contemporanea. Questo è il motivo per cui ho collezionato, per far sì che un giorno potessero vedere la loro arte contemporanea, che ancora non conoscono.

Gallerie o spazi non-profit che suggerisce di vedere in Cina?
Il museo Power Station di Shanghai, il West Bund district in Shanghai, una nuova area dove ci sono importanti musei privati come il Long Museum e lo Yuz Museum e gallerie cinesi, come Shanghart , e internazionali. Ci sono anche due gallerie italiane, Aike dell'Arco , fondata da Roberto Ceresia, e Capsule Shanghai di Enrico Polato, mentre a Pechino c'è la Galleria Continua.

3 SETTEMBRE 2018
Hai raggiunto il limite di 10 articoli gratuiti disponibili questo mese.
Abbonati a Il Sole 24 Ore Mobile per avere accedere illimitatamente a tutti i contenuti del sito mobile
Inserisci il tuo numero di cellulare per attivare l'offerta o, se sei già abbonato, per continuare a leggere.
Altre informazioni