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Dallo spirito comunitario alle divergenze
di Federica Alessandrelli, Elisabetta Doati, Ilaria Iannuzzi
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Curatore, docente e dal 2012 direttore del MAC di Lissone, Alberto Zanchetta sta curando una nuova monografia sul Gruppo N.

Da quando s’interessa al movimento?

La fascinazione risale a un decennio fa, ma solo da due anni ne ho approfondito le dinamiche. Dopo mezzo secolo sorprende che nessuno si fosse assunto l’onere di studiare i documenti cartacei conservati dai cinque artisti, “testimonianze attive” da cui desumere personalità e ruoli dei singoli membri.

È stato spinto da una ragione critica?

Sono state tramandate informazioni inesatte. Ritenevo fosse giunto il momento di un riordino. A oggi sono state dedicate solo due monografie al Gruppo, nel 1976 e nel 2009, in cui gli autori si sono avvalsi della collaborazione degli artisti. Anziché fare affidamento sui ricordi o prestare fede alle congetture dei decenni seguenti, ho deciso di basarmi solo sui documenti dell’epoca per ricostruire una storia obiettiva, scevra da equivoci e pregiudizi.

Quali novità stanno emergendo?

Molti sono i nodi che si stanno sciogliendo. Ad esempio è stato possibile chiarire la formazione del Gruppo EnneA, dalle cui ceneri è sorto il Gruppo N. Altrettanto importanti sono la filologia dei carteggi e la cronologica delle mostre, i rapporti intrattenuti con gli altri artisti delle Nuove Tendenze, le circostanze che hanno indotto alcuni membri ad autoescludersi e anche mettere in parallelo la ricerca del collettivo con l’attività dello Studio Enne: evitando qualsiasi schema, il Gruppo identificava la sua attività nella globalità dei propri interessi: le ricerche visuali l’architettura, l’industrial design, la fotografia, la letteratura e la musica concreta.

Qual è il contributo di ciascun membro?

Negli intenti del Gruppo N si evince uno spirito comunitario e non un’operatività condivisa. La complicità iniziale divenne ben presto coercitiva. Le divergenze caratteriali o pratiche sono sfociate in antagonismi. Quindi il “rigorismo antindividualista del Gruppo N” (definizione di Luciano Anceschi) non ha soverchiato le creazioni dei singoli artisti: Landi si è concentrato su forme geometriche elementari realizzate con materiali d’uso comune; il fervore tecnico e teorico di Chiggio aveva una componente percettologica radicata nella filosofia e nella psicologia; Costa è stato il meno prolifico ma anche il più riconoscibile con la sua ricerca sulle torsioni lamellari; all’opposto, Massironi non ha mai reiterato un’idea, indagando la percezione visiva nel campo della psicologia cognitiva; anche Biasi ha sperimentato ad ampio raggio sia a livello metodologico che tecnologico, benché il suo interesse non fosse indirizzato al cinetismo, ma all’ottico-dinamica.

Qual è stato l’interesse delle istituzioni museali e del mercato nel tempo?

Considerando il loro rifiuto per le lusinghe del mercato, la mediazione del sistema e il feticismo dell’opera unica, i musei hanno sicuramente compreso più a fondo il valore storico del Gruppo N, accettando il loro impegno nel demistificare la figura dell’artista. La parabola del mercato è stata meno agevole perché ancor oggi perdurano delle evidenti incomprensioni, è questo il caso dalle doppie datazioni – riferite a opere disperse o distrutte – ma, soprattutto, al fraintendimento sull’esecutore materiale che veniva indicato sul retro delle opere, giacché la paternità è riconducibile esclusivamente al Gruppo. Quando verranno dissipati questi malintesi, è auspicabile un paritetico accrescimento del loro valore economico.

Chi sono i collezionisti del Gruppo N?

Esiste un collezionismo incentrato sul Cinetismo e l’Optical, o più in generale sugli anni ’60, che non può prescindere dalla presenza del Gruppo N. Ma in genere i collezionisti tendono ad acquistare le opere che afferiscono ai singoli membri anziché quelle eseguite in modo collettivo.

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